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La Regione del Golfo Persico: un’area cruciale per la grande partita geopolitica del XXI secolo

Geopolitica

I Paesi appartenenti al Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) sembrano destinati a svolgere un ruolo primario nella competizione tra grandi potenze che definirà gli equilibri nel XXI secolo.

Il contesto geopolitico del XXI secolo

Nel corso del recente World Governments Summit 2024 svoltosi a Dubai dal 12 al 14 febbraio scorso, l’ex capo economista del DIFC, Nasser Saidi, ha indicato tre grandi sfide che si paventano per la Governance mondiale:

  • le crescenti e visibili conseguenze dei cambiamenti climatici;
  • la crescita esponenziale dell’economia digitale dovuta anche al fondamentale input dell’Intelligenza Artificiale;
  • la “Nuova Guerra Fredda” che si va delineando con la competizione tra grandi potenze che vedi principalmente coinvolti USA, Cina e Russia, con l’Europa in una posizione che, purtroppo, appare sempre più subalterna.

Il XXI secolo potrebbe effettivamente rappresentare uno spartiacque storico in cui 500 anni di dominio politico, economico, finanziario, militare e tecnologico dell’Occidente potrebbero progressivamente esaurirsi per lasciare spazio ad un nuovo assetto multipolare del pianeta.

Parafrasando Papa Francesco non si tratterebbe di un’epoca di cambiamenti, ma di un cambiamento d’epoca.

Soffermandosi sulla terza sfida, quella della Nuova Guerra Fredda, spiccano due teatri ad alto rischio il primo è il conflitto in Ucraina ed il secondo quello a Gaza, entrambi potrebbero allargarsi con conseguenze catastrofiche.

Il terzo è latente, e riguarda Taiwan ed il Mar Cinese meridionale che potrebbe portare USA e Cina in rotta di collisione, come se non bastasse la tensione che già divide i due paesi. 

A questi rischi se ne aggiungono altri.

Frammentazioni economiche con la costituzione di blocchi commerciali contrapposti, dazi e restrizioni al commercio internazionale e serie minacce al traffico navale come testimoniato dalla situazione nel Mar Rosso.

Si finisce con tensioni finanziarie determinate da una strisciante de-dollarizzazione, l’emersione di circuiti finanziari alternativi allo SWIFT[1] dominato dall’Occidente e una crescente competizione tecnologica centrale primariamente sui microchip e l’Intelligenza Artificiale.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale questa “Nuova Guerra Fredda” potrebbe comportare una contrazione del PIL globale del 7%.

La sfida per il controllo dell’Eurasia

L’innesco di questa Nuova Guerra Fredda è la risultante di tre fenomeni ben distinti:

  • Il percepito, ma per molti aspetti reale, declino degli Stati Uniti d’America;
  • La nuova assertività manifestata dalla Russia dopo due decenni di debolezza seguita al crollo dell’Unione Sovietica;
  • Ma, soprattutto, l’ascesa economica e tecnologica della Cina che sta alterando gli equilibri globali instaurati dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

La vera posta in gioco è il controllo dell’Eurasia

Negli ultimi cento anni tutti i maggiori teorici della geopolitica hanno convenuto su un aspetto: “Chi controlla l’Eurasia controlla il mondo”.

Negli ultimi 500 anni il potere nel mondo è stato talassocratico, ovvero rappresentato dalle potenze navali: prima Spagna e Portogallo, poi l’Olanda e la Francia e in modo particolare la Gran Bretagna.

Chi controllava gli oceani e le vie marittime controllava il pianeta. Dal 1945 questo controllo è passato ed è ancora detenuto dagli Stati Uniti.

Dal 2012 la Cina ha lanciato un grandissimo progetto infrastrutturale del valore di 1500 miliardi di $, noto ufficialmente come Belt and Road Initiative (BRI), e che nella denominazione comune viene definito la Nuova Via della Seta.

Prevede la costruzione di autostrade e ferrovie ad alta velocità, reti digitali, gasdotti, oleodotti e gigantesche reti di trasmissione elettrica per collegare sinergicamente l’Asia Orientale all’Europa attraverso l’Asia Centrale e la Russia.

Questo progetto prevede anche la creazione di Banche di Sviluppo ad hoc come l’Asian Infrastructure and Investment Bank (AIIB) e la New Development Bank dei BRICS[2] e dei cosiddetti BRICS plus per affrancarsi da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale notoriamente controllati dalle potenze occidentali ed in particolare dagli Stati Uniti.

L’implicazione, assai ambiziosa, è dirottare una parte consistente dello sviluppo economico e del commercio globale lungo un grande asse terrestre da Pechino fino a Lisbona ad integrazione di quello navale.

Il conflitto in Ucraina ed il drammatico peggioramento delle relazioni tra Russia ed Europa hanno tuttavia posto un’ipoteca sull’ultimo tratto della Via della Seta che adesso sta contemplando una virata verso sud-ovest utilizzando Iran, Turchia, il Golfo e il Medio Oriente come area di transito per i grandi flussi commerciali, digitali ed energetici tra Oriente e Occidente e viceversa.

Il rilievo del Medio Oriente e del Golfo

I Paesi del CCG, e in particolare quelli più dinamici, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, oltre a Turchia e Iran, si stanno già preparando da tempo a questo mutamento paradigmatico delle grandi rotte commerciali e dei connessi circuiti finanziari inclusa la riduzione del ruolo dollaro come principale valuta di riserva per gli scambi mondiali.

Si stanno preparando per quello che si configura come un mondo multipolare.

Ma soprattutto si stanno attrezzando per divenire il perno di quello che si delinea come il più grande movimento di beni e servizi della storia dell’umanità diventando il crocevia di un mercato di consumatori (classe media) che per il 2030 (cioè dopodomani) si configura in svariati miliardi di individui lungo un asse est-ovest, come esemplificato dalla tabella qui sotto che non merita spiegazioni.

Allo stesso tempo Arabia Saudita e EAU iniziano a commercializzare i loro prodotti energetici in valuta cinese (reminbi) e i BRICS, nella nuova configurazione a 10 (BRICS plus), controllano già oggi circa il 44% della produzione di combustibili fossili, percentuale destinata ad aumentare con il prossimo ingresso di altri grandi produttori come Venezuela, Nigeria, Algeria e Indonesia.

Allo stesso tempo, i BRICS plus, e in particolare la Cina controllano il 70% delle terre rare connesse alla trasformazione energetica e rappresentano la parte preponderante della supply chain di pannelli solari, di batterie e di veicoli elettrici.

In altri termini, i BRICS plus, e più in generale quello che viene definito il Global South, non solo controllano larga parte delle riserve di energia fossile ma stanno acquisendo la preminenza nel settore delle rinnovabili.

Il Golfo e in particolare gli EAU ambiscono – grazie anche ad una felice collocazione geografica e ad una lungimirante politica a favore degli investimenti – ad intercettare ed essere parte attiva questo enorme flusso di know-how, beni e servizi, e a diventarne non solo un crocevia di transito ma anche di trasformazione.

FenImprese Dubai deve cogliere le opportunità offerte da questa svolta epocale.


[1] SWIFT sta per Society for Wolrdwide Interbank Financial Telecommunication, ed è una società cooperativa con sede legale a Bruxelles che agisce come esecutore delle transazioni finanziarie in moneta o asset diversi e che è usata dalla quasi totalità delle banche del mondo.

[2] BRICS è il gruppo di Paesi formato da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica che si presenta come un alter ego del G7 al quale hanno recentemente aderito Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Iran ed Etiopia e che vede come prossimamente candidate all’ingresso altre economie emergenti come Messico, Venezuela, Algeria, Nigeria, Turchia, Indonesia.

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Marco Carnelos

Marco Carnelos

Geopolitical Analyst & Global Trends Expert

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